Tano Belloni

Articolo pubblicato su www.vascellocr.it
PRONTI VIA, PRIM BELOON!
di: Cesare Castellani (da: "www.vascellocr.it")

"Pronti via, prim Beloon!". Così esordiva il grande Tano con la sua tipica cadenza, a mezzo tra quella tipica del dialetto meneghino e la nostrana, quando si apprestava a raccontare di qualche sua corsa, anzi di qualche avventura, perché questo è il sapore di tutte le sue imprese sportive.
"Pronti via, prim Beloon!": espressione, divenuta leggendaria, che per lui aveva quasi il potere di esorcizzare, nel pensiero dell'interlocutore, quell'etichetta di 'eterno secondo' che, affibbiatagli dall'allora direttore de 'La Gazzetta dello Sport' Emilio Colombo, pur non spiacendogli in fondo, tuttavia lo perseguitò come un indistruttibile tarlo fino alla fine dei suoi giorni.
E non è che fosse poi tanto azzeccata per definire un campione che, conti alla mano, s'impose in un'ottantina di corse da professionista e non certo di secondaria importanza se tra queste figurano due Milano-Sanremo, tre Giri di Lombardia, un Giro d'Italia, due Campionati di Germania e tant'altro ancora.
Gli piaceva raccontare di quella sua lunga vita ricca di vicende straordinarie, di imprese affascinanti in un mondo sportivo ancora agli esordi, dei campioni del suo tempo contro i quali andava a battersi alla pari spesso riuscendo a superarli, dell'avventura dei molti viaggi tempestosi nella terra allora favolosa dei dollari, degli appassionati sportivi di paesi lontani dei quali era divenuto l'idolo incontrastato, di folle osannanti che gremivano i velodromi più in voga del momento.
Figura mitica per oltre cinquant'anni delle piste italiane, prima come corridore quindi nella veste di matchmaker e direttore di corsa, ricordo di averlo veduto per la prima volta al Vigorelli, da bambino: il nonno mi portava ad assistere alle grandi riunioni e faceva impressione vedere campioni come Coppi e Riviere, Bevilacqua o Anquetil obbedire come diligenti scolaretti a quel signore dall'aspetto severo e imponente spesso vestito di scuro che portava immancabilmente in testa un cappellaccio da cow-boy e di cui il nonno raccontava corse mirabolanti che egli stesso aveva vissuto e seguito da vicino. E poi mi raccontava di quando era lui, trent'anni prima a Cremona, a fare il direttore di gara in quella pista che era riuscito a far costruire attorno al rettangolo di calcio dello Zini ed allora era proprio toccato a quel distinto e burbero signore, ma nei panni del ciclista, obbedire agli ordini del nonno.
Gli parlai, anche, ma un volta sola, a Milano, negli uffici della Sis, la società che allora allestiva al Vigorelli ed il Palazzo dello Sport tutti grandi avvenimenti dello sport milanese. Fu una chiacchierata non lunga, ma di quelle che si rammentano per sempre, e poi quel "Pronti via, prim Beloon!", che più di qualsiasi altra parola ne definiva il carattere, il sistema di vita, oltre che di correre, cos“, senza star troppo a badare alla tattica e al ragionamento, ma seguendo cuore ed istinto, con quel modo di sentire tipico che viene da chi è nato nella bassa, non poteva essere scordato.
E l'attaccamento al paese d'origine, anche con un briciolo di rimpianto: "Se vincevo i giornali scrivevano: Primo Belloni di Milano; quando perdevo: secondo Belloni di Pizzighettone".
Per tutti, nel mondo del ciclismo, un punto fermo per decenni: l'unico personaggio con cui corridori del calibro di Coppi o Riviere stipulavano un contratto d'ingaggio con la sola stretta di mano: ultimo sopravvissuto a quella schiera di campioni dell'epoca eroica di cui, ancora alla veneranda età di quasi novant'anni, era in grado di raccontare gesta, aneddoti, storie, con la lucidità, l'arguzia e l'ironia di cui lui soltanto fu capace: un simbolo per tutti, pubblico e corridori, tecnici e suiveur.
Quando lo si vedeva comparire alla partenza di una grande corsa o su un palco d'arrivo con quegli appariscenti eppure curati abbigliamenti, camicie stravaganti dai colori più assurdi, a quadrettoni sgargianti, pantaloni alla zuava e gli immancabili calzini rosa o gialli o verde pisello a spuntare di sotto, la sua figura imponente era di quelle capaci di tenere per se tutta la scena.
E quel cappellaccio, poi, a coprire chiome ancora fluenti e i prorompenti basettoni. Poi, l'immancabile bicicletta da corsa al fianco, sempre lustra, sempre luccicante, impeccabile. L'eterno sorriso a corredare la battuta pronta, arguta, ricca di esperienza e di talento, con quella semplice generosità d'animo che non lo ha mai abbandonato, così diversa dalla grinta che aveva sempre esternato in corsa.
La 'favola' del Tano si snoda dal 27 agosto del 1892, quando venne alla luce sulle rive dell'Adda, a Pizzighettone: famiglia povera, la sua, come tante allora nella zona. Papà Gentilio faceva l'addestratore di cavalli da carrozza. Li andava a scegliere ogni anno alla Fiera di Verona, poi combinava i tiri a quattro o a due per i signorotti dei dintorni: mestiere che andava ad esaurirsi con l'avvento delle prime automobili. Questa constatazione lo convinse a trasferirsi a Milano ove mamma Luigia, la persona che avrebbe avuto il maggior peso ed influenza nella vita del piccolo Tano, oltre ad accudire ai quattro figli, avrebbe mandato avanti un piccolo negozio di vino.
La prima volta in cui le cronache si occuparono del Tano, fu nell'estate del 1898: stava giocando sulla riva sconnessa del fiume quando, bisticciando con un amico, fin“ in acqua. Venne miracolosamente salvato da un commerciante che passava di lì, un certo Lozza, che neppure sapeva nuotare e che comunque, con molto coraggio, lo trasse a riva. Erano proprio i giorni in cui Gentilio stava prendendo la decisione di trasferirsi a Milano ove trov˜ casa in via Stoppani. Qui l'intraprendente signora Luigia, per poter dare una mano a tirar su i quattro figli, riuscì ad aprire una stireria dove, un giorno di qualche anno più tardi, la vennero a chiamare perché stavano trasportando il suo piccolo Tano all'Ospedal Maggiore a bordo di una di quelle ambulanze di legno dipinte di verde, ancora trainate da cavalli, che divennero il simbolo degli anni difficili di Milano. Il Tano, che appena finite le elementari, era stato mandato ad imparare il mestiere del tessitore in una fabbrica lì vicino, aveva infatti lasciato il pollice e l'indice della mano destra nell'ingranaggio di una macchina tessile. Una disgrazia che ebbe, però, un risvolto favorevole qualche anno pi tardi, quando gli evitò il servizio militare. Aveva un po' l'animo dell'artista, del musicista e del pittore, il piccolo Gaetano; erano solo i soldi che mancavano in famiglia e dopo la prima infelice esperienza di lavoro, si provò a fare il garzone di prestinaio, quindi il 'magatt' apprendendo il mestiere, insieme, di stuccatore e muratore: fu allora che si avvicinò per la prima volta al mondo dello sport. Lo affascinava la lotta (erano i tempi, eroici anche quelli, del triestino Giovanni Raicevich che di Milano, dove aveva conquistato il titolo mondiale sul francese Pons in una competizione durata più di un mese, era l'idolo incontrastato) e trovò nella palestra dello Sport Club Virtus, pochi passi da casa, le persone in grado di avvicinarlo ai segreti della greco-romana per la quale pareva particolarmente tagliato. Sedici anni soltanto, ma un tarlo gli rodeva di dentro: la bicicletta. Si faceva sentire ogni volta che da Porta Venezia (e succedeva ogni domenica mattina quando usciva di buon ora) gli capitava di veder partire una corsa; poi ancora quando incontrava i ragazzi del suo stesso club che si dedicavano al ciclismo. Intuì che quella era la sua vita, che entrando in quel mondo avrebbe potuto finalmente offrire anche a sua madre le grandi soddisfazioni che essa meritava. C'era, però, un grande, invalicabile ostacolo: se per la lotta non c'era bisogno d'altro che di tanta volontà, passione e spirito di rinuncia, per correre serviva la bici. Questa saltò fuori, finalmente, grazie anche ai sacrifici e alla collaborazione appassionata del fratello che già lavorava nelle officine della Bianchi ove lo stesso Tano sarebbe approdato più tardi, durante il periodo bellico, già corridore con la casacca biancoceleste della casa. Nella primavera del 1912, con la maglia della Virtus, era in sella tra i dilettanti: sesto al debutto nella Milano-Cassola grazie ed un ruzzolone di molti che lo precedevano in vista del traguardo; un buon piazzamento al Giro di Lombardia (ma solo per via del cognome che cominciava per B in quanto i giudici, non essendo in grado di fissare l'ordine di arrivo del gruppo, stabilirono la classifica per ordine alfabetico!). Non era proprio uno degli ultimi, neppure un precoce. La prima piccola soddisfazione venne l'anno seguente: il campionato sociale della Virtus; poi finalmente la prima vera vittoria in una corsa a Brescia, quindi sesto, in ottobre, al Giro di Lombardia e ottavo alla Coppa d'Inverno.
Il 1914 fu l'anno delle prime vittorie, vere e importanti: subito in apertura, un secondo posto alla Milano-Lecco alle spalle di Virginio Bordin, poi il successo alla Coppa Statuto ed otto giorni dopo nella Coppa del Re, la gara dilettantistica più importante nel calendario italiano, battendo tutti, ma proprio tutti i migliori italiani (centottanta alla partenza) con una strabiliante volata sul gruppo di una ventina di fuggitivi e la grande soddisfazione, il giorno seguente, di leggere finalmente il proprio nome in grande sulla Gazzetta dello Sport. Non tutte le ciambelle, per˜, riescon col buco e quell'impresa fu accompagnata dalla delusione più cocente: una squalifica di quattro mesi comminatagli dalla Federazione in quanto la Pirelli, oltre tutto a sua insaputa, aveva sfruttato quella vittoria per reclamizzare gli pneumatici che il Tano aveva montato sulla sua bici: così andavano allora le faccende in nome del più puro idealismo e lui, incolpevole, si trovò appiedato sull'orlo del definitivo abbandono di un mondo nel quale sembrava non riconoscersi più. Ed era invece il momento in cui aveva avuto la percezione di poterne far parte a tutti gli effetti. Passò tutta l'estate a rimuginare su quella che riteneva la più grande ingiustizia e quando, a settembre, si presentò al via, sub judice, del campionato italiano che si concludeva a Torino, non ci fu spazio per nessuno. Alla disperazione dell'estate seguì la reazione più rabbiosa e decisa: sulla pista dello Stadium stroncò, con uno sprint impregnato di potenza e di collera, i vari Abellonio, Costa, Brunero, Gatti e Mignotti (altro cremonese) che con lui avevano menato la danza, in fuga sin quasi dalla partenza. Il sapore tutto particolare di quella maglia tricolore, conquistata in mezzo a mille difficoltà e col sapore della rivalsa, si mantenne integro per molto tempo, tanto che il Tano la ricordò sempre come la più bella e ricca di soddisfazione della carriera. Riapparve in primavera e sparì subito grosso: faceva ormai parte della Bianchi (cento lire al mese lo stipendio che il tecnico Cavedini gli passava di tasca sua essendo l'unico in casa biancoceleste ad aver fiducia in lui) e potè iscriversi alla Milano-Sanremo nonostante fosse ancora dilettante: la chiamata di molti al servizio militare per la guerra aveva decimato le file dei professionisti che vennero integrate dall'organizzazione con l'ammissione di alcuni tra i migliori dilettanti. Alla Milano - Sanremo del 1915 alla quale partecipò Tano Belloni da dilettante, c'era anche Girardengo, campione d'Italia in carica tra i corridori di mestiere. Così fu l'unica volta che si videro al via della 'Corsa al Sole' due maglie tricolori. Il Tano, preso dall'entusiasmo di trovarsi in tanta nobile compagnia, partì sparato e fu padrone della gara fino al Turchino, ma una disgraziata caduta, appena dopo lo scollinamento, lo tolse di mezzo. Fu l'edizione, tramandata agli annali del ciclismo, che vide Girardengo, primo al traguardo, poi squalificato per aver sbagliato strada ed accorciato il percorso durante l'attraversamento di Porto Maurizio. L'appuntamento con una grande vittoria era solo rimandato all'autunno, al Giro di Lombardia: qui furono proprio i dilettanti a sbaragliare il campo dei partenti. Tano si trovò in testa con un certo Ferrari e, dopo una lunga fuga a due, lo battè in volata. Risultato talmente sorprendente che venne immediatamente imbastita una disfida sui 100 Km. a cronometro tra una squadra di dilettanti ed una di professionisti. Vinsero questi ultimi (Sivocci, Bercesi, Bordin e Ferrario) che, arrabbiatissimi, lasciarono Belloni, Ferrari, Poyd e Vay, troppo inesperti in quel difficile tipo di corsa, a ben tredici minuti. Un paio di forature lo misero fuori dai giochi nelle poche gare importanti del 1916: il regolamento non prevedeva, allora, che aiuti esterni potessero intervenire in caso di incidenti meccanici, neppure esisteva il cambio ruote: il corridore doveva cambiare da sŽ la gomma forata, come del resto avviene anche oggi nella mountain-bike, ed il Tano, con quelle due dita che gli mancavano nella mano destra, era sempre in difficoltˆ quando si trattava di strappare il tubolare dal cerchione: lo faceva coi denti, ma impiegava, per quell'operazione, qualche minuto in più degli avversari e si rendeva ogni volta difficile il recupero. La guerra stava intanto bloccando ogni attivitˆ: eccolo allora tentare di rifarsi correndo da solo: a Firenze, Velodromo delle Cascine, andò a caccia del record mondiale delle 'sei ore' che al tempo godeva di considerazione maggiore di quella attribuita da tecnici e sportivi al primato stesso dell'ora. Lo fece suo, naturalmente, e in modo così perentorio che nessuno, per anni, nemmeno più l'avrebbe tentato. Il 15 aprile del 1917, puntuale come sempre (era stata soppressa solo l'anno precedente), ecco riapparire la Sanremo: uno dei pochi momenti di gioia e allegria per la gente italiana nel più terribile degli anni di guerra: Girardengo contro Belloni, entrambi contro lo svizzero Oscar Egg, neo primatista dell'ora, unico straniero al via. Amici per la pelle quando non erano in bici, Tano e il 'Gira' si presentarono insieme alla partenza (erano compagni di squadra e solitamente, quand'era a Milano, Girardengo dormiva a casa dell'amico: mamma Luigia non li lasciava mai uscir di casa prima di averli ricoperti di mille raccomandazioni). Si rividero soltanto a sera, sul traguardo di Via Roma, per festeggiare la vittoria di squadra... e quella di Belloni! E' vero, partirono in pochi, ma quel giorno nessuno avrebbe battuto il Tano, dominatore del vento e della tempesta, del freddo e delle insidie dello sterrato, oltre che del campionissimo di Novi. Se ne era andato, tutto solo nel gelo di una furiosa tempesta di neve lungo le rampe del Turchino, protetto soltanto dal pesante berretto di feltro e dai calzoni di panno legati sotto il ginocchio che usavano allora i ciclisti nelle fredde giornate d'inverno. Era scattato all'uscita dall'abitato di Ovada. Quando vennero presi i tempi, al passaggio in vetta al Turchino, il suo margine già ammontava a quattro minuti su Girardengo, a sei su Oscar Egg. Lungo la discesa, fu una grandinata terribile ad investire i corridori, ma nemmeno questa potè costringerlo a rallentare: ciclismo da epopea, duro e impietoso, mestiere di vagabondi eroici votati a pedalare su strade disastrate dal fondo in pietrisco disseminato di buche profonde come voragini, micidiale per le gomme, devastante per i muscoli già intorpiditi dal freddo e appesantiti da quell'inadatto abbigliamento intriso di pioggia e di fango che ostacolava i movimenti e poco proteggeva dalle intemperie. Quando splendeva il sole, la polvere sollevata dalle biciclette e dalle poche auto del seguito accecava i corridori avvolgendoli nel tormento di una nube che li faceva somigliare per ore ed ore a spettri vaganti nel nulla. E quando pioveva, o addirittura diluviava e grandinava come quel giorno da Milano sin quasi al rosso striscione di Via Roma, erano trecento chilometri di pantano insidioso in cui le ruote affondavano impietosamente e i corridori, irriconoscibili nel volto e nei numeri, procedevano lentamente: sempre più sporchi, più infreddoliti, con le maglie gravate dall'acqua e dal fango, le mani intirizzite che non riuscivano più a stringere le leve dei freni, così poco individuabili che all'arrivo i giudici usavano preparare scope e secchi d'acqua calda per pulire i numeri, lavare il volto dei concorrenti e poterli identificare. A Sanremo, dopo 12 ore e 44 minuti di corsa infernale in quelle condizioni, il vantaggio di Belloni su Girardengo era da record: oltre dodici minuti. Angelo Gremo fu terzo, tre quarti d'ora più tardi. L'ordine d'arrivo venne, come il solito, inviato alla redazione della Gazzetta dello Sport a mezzo di piccioni viaggiatori che Armando Cougnet, l'organizzatore, portava sempre con se. Stilava la classifica su sottili foglietti che inseriva in tubetti di alluminio legati alle zampe dei piccioni. A Milano, alla Cascina Colombarola in Via delle Abbadesse, i colombi, un paio d'ore più tardi, portavano al giornale e ai tifosi in attesa l'esito della corsa (il telefono era già stato inventato, è verissimo, ma impiegava, solo per il collegamento, almeno quattro ore). Belloni, subito dopo la vittoria di Sanremo, prese d'infilata la Milano-Varese, battendo ancora Girardengo ed Egg. Disputò anche la Milano-La Spezia, ma poi le gare divennero sempre meno frequenti: si avvicinavano i giorni tristi di Caporetto e c'era ben altro cui pensare. Si tornò sulle strade, nel 1918, solo all'inizio della buona stagione con Girardengo pronto a consumare la sua vendetta tra Milano e Sanremo. Ancora pioggia, vento e grandine, ma le parti si invertirono: Girardengo in fuga appena fuori Ovada e Belloni, solo, ad inseguire. Al traguardo, Belloni cedeva tredici minuti; il terzo, Agostoni, un'ora esatta. L'ultimo arrivato, Vertemati che era settimo, si presentò alla dieci di sera, con quattro ore e mezzo di ritardo quando i primi tre, tutti della Bianchi, già avevano finito di festeggiare. Il bilancio del '18, comunque, chiuse nettamente a favore di Belloni che si era aggiudicato la durissima Milano-Penice-Milano, ma, quando, agli inizi del '19 l'attività riprese finalmente in pieno, fu il 'Gira' a trovare una forma stupenda: 'un demonio' lo definiva Belloni, un diavoletto capace di stracciare tutti a Sanremo (stranieri compresi) poi di vincere il Giro d'Italia che tornava ad essere organizzato per la prima volta dopo la fine della guerra, dominandolo dalla prima all'ultima tappa (ne vinse sette su dieci). Furono anche i giorni della 'spagnola' (allora le influenze venivano da più vicino) a togliere di mezzo il Tano a metà stagione quando la sua condizione stava migliorando. Alla Bianchi, pensando addirittura che non si sarebbe più ripreso, lo scaricarono. Sbagliarono di grosso perché non avevano fatto i conti con la sua fibra fuor del comune: tornò, ed era più forte di sempre. Nel '20, quindi, i due fuoriclasse del ciclismo italiano furono uno contro l'altro ancor più di prima e il round d'apertura, come sempre la Sanremo, andò ad un eccelso Belloni al termine di una volata mozzafiato davanti ad Henry Pelissier, signore degli sprint, e al solito Girardengo dal quale aveva avuto collaborazione nel condurre un furioso inseguimento al francese quando il transalpino aveva potuto approfittare delle forature degli italiani sulle strade della riviera. Si corse il Giro e Belloni completò il suo riscatto: è vero che Girardengo, caduto nella prima tappa, abbandonò il campo il giorno seguente, quando già aveva una dozzina di minuti di ritardo sul groppone, ma fu tale la superiorità di Belloni su tutti gli altri, da far dimenticare il ritiro del campionissimo di Novi. Gremo fu lasciato a trentadue minuti, tutti gli altri accusarono distacchi abissali: furono solo in dieci a concludere il Giro. Tano Belloni viaggiava ormai verso i trent'anni e qualche ingranaggio, nel fisico, cominciava a dar segno di leggero cedimento quando si gareggiava su strada, sulle lunghe distanze di allora; il rivale di sempre, frattanto, andava mietendo vittorie alla Sanremo (ne collezionò sette in carriera) al Giro e al Lombardia e fu proprio in questi anni che venne a confermarsi la fama dell' 'eterno secondo'. Una curiosità: furono più di cento i suoi piazzamenti d'onore in corse importanti, ben ventisei alle spalle di Girardengo. Secondo al Giro del '1921 per una manciata di secondi, secondo ancora alla Sanremo del '23 e del '24, andò a cogliere l'ultimo grande traguardo della carriera al Lombardia del '28, tredici anni dopo la prima volta, ma non si fermò qui: trentacinquenne, e dopo avere imperversato sulle strade di Germania per due intere stagioni dominandovi i campionati nazionali, osannato ancor più che in Italia, partecipò al primo campionato del mondo su strada per professionisti in Adenau: fu quarto, dietro Binda, Girardengo e Piemontesi, completando uno dei più bei successi collettivi del nostro ciclismo. Sin qui, il Belloni stradista, ma fu soprattutto la pista a dargli, se non la notorietà e la gloria sportiva, almeno un bel po' di quattrini, di dollari soprattutto, quando prese a varcare l'Atlantico per avventurarsi in quelle competizioni massacranti che facevano impazzire le folle americane prima ancora che quelle della vecchia Europa. Fu proprio negli States che il Belloni estroverso e guascone, campione ed equilibrista, simpatico e battagliero, seppe dar vita al suo inconfondibile personaggio, creandosi fama leggendaria. Quando sbarcò per la prima volta nel catino del vecchio Madison Square Garden, era come un pesciolino fuor d'acqua, ma divenne presto uno squalo affamato di vittorie ed emozioni, un dominatore a volte incontrastato, protagonista eccellente di quelle kermesse che allora erano anche gare di durezza estrema: 144 ore a pedalare ininterrottamente, di giorno come di notte, senza lasciare il velodromo un attimo solo, pure nei momenti in cui gli inservienti ramazzvano la pista e il parterre o raccoglievano i resti delle pantagrueliche cene in cui s'erano dilungati gli spettatori delle prove serali. Perché allora le Sei Giorni si correvano proprio così, alla morte. E alla fine, ci si trovava quasi a dormire in bici, come automi che nemmeno più sentivano i pedali, rischiando, magari per un improvviso colpo di sonno, di incappare in cadute irreparabili: sforzi e sofferenze che solo una montagna di bigliettoni verdi potevano giustificare: con quelli guadagnati in una sola fortunata Sei Giorni (ma ne disputò quaranta in America e dodici in Europa) Belloni si comprò casa a Milano. Sforzi sovrumani che si risolvevano sovente in drammi inevitabili, capitomboli rovinosi, crisi di nervi ed esaurimenti: chi si legava bistecche di carne cruda sulle cosce arroventate dallo sfregamento ininterrotto della sella per lenire il tormento di tante ore passate a pedalare furiosamente, chi si infilava cubetti di ghiaccio nella maglia per tenersi sveglio, chi trangugiava litri di caffe nero, manciate di simpamina o ancor peggio. Di quel mondo, Tano divenne presto protagonista tra quezlli di maggior talento, capace di suscitare l'ammirazione non solo con volate spericolate, sorpassi al limite della follia, traiettorie impossibili in curva che erano la sua specialità, ma pure con esibizioni estemporanee al pianoforte o al microfono in appoggio agli artisti che allietavano i tempi morti delle Sei Giorni. Così divenne uno dei beniamini del Madison come del Vel d'Hiv a Parigi o dei numerosi ring tedeschi che erano poi quelli in cui era più facile entusiasmare il pubblico e fare buoni guadagni. Del Madison, poi, ove gareggiò per quasi un decennio, divenne un vero re, sia che fosse accoppiato al potente australiano Mac Namara, sia che desse spettacolo insieme a quel satanasso incontrollabile di Giorgetti, un furetto toscano capace di vendere e comprare vittorie come fossero caramelle, di guadagnare in bici e sprecare al gioco una fortuna nel giro di una settimana, ma sempre in palla quando si trattava di dare battaglia per guadagnare una bella manciata di dollari. Gli oriundi italiani di Brooklyn videro subito in Belloni il campione da contrapporre ai grandi specialisti americani delle piste al coperto: correvano in massa al Garden per vederlo disputare volate vertiginose, ma anche per applaudirlo quando, tra una gara e l'altra andava a sedersi al pianoforte e suonava (nonostante le due dita in meno) pezzi di Verdi di cui era un fanatico ammiratore facendo magari concorrenza all'amico Gigli che stava deliziando, poco distante di lì, gli esigenti spettatori del Metropolitan. Donne affascinanti e qualche ricca ereditiera lo corteggiarono assiduamente: facevano a gara per ottenerne i favori a fine corsa (si racconta della splendida sinuosa mulatta che 'riuscì' a sedurlo a forza di 'verdoni' da mille messi in palio ai traguardi volanti e poi se lo portò in villa, al termine di una Sei Giorni di New York, a bordo di una lussuosa limousine, con al seguito uno stuolo di servitori negri) e con non troppa difficoltà riuscirono nell'intento. Una notte al Garden, proprio mentre lanciava Giorgetti in una volata allo spasimo, urtò la balaustra con un pedale e volò per una ventina di metri: commozione cerebrale, un braccio fratturato, i denti davanti perduti, ferite varie sul volto. Pareva morto quando giunse all'ospedale: non in ambulanza, ma portatovi dalla Isotta Fraschini più maestosa e conosciuta di New York. L'aveva messa a disposizione Beniamino Gigli, il suo primo tifoso, che quella notte sospese le recite al Metropolitan per andare ad assistere l'amico in ospedale. Pareva già morto: telegrafarono alla moglie che venisse da Milano, ma due giorni più tardi, sapendo che un piroscafo era in partenza per l'Italia, fuggì dall'Ospedale e riuscì ad imbarcarsi prima che la signora potesse a sua volta salpare da Genova. Gli ingaggi? Cento dollari al giorno alla prima trasferta, poi duecento, poi cinquecento e c'erano i premi, anche mille dollari per uno sprint e allora, quando veramente si metteva il coltello tra i denti, pochi la spuntavano contro il suo ineffabile guizzo. Vinse due volte a New York, la prima nel '22 in coppia col fenomenale Goullet, la seconda nel '30, correndo con Debaets; quando traversò per l'ultima volta l'Atlantico aveva già quarantadue anni, ma non fece rimpiangere ai suoi estimatori ne i tempi andati ne il prezzo salato del biglietto d'ingresso. Al Madison andò per ribadire la vittoria dell'anno precedente. Glielo impedì l'ennesima caduta in cui venne coinvolto: una notte in ospedale per pensare al futuro e il giorno seguente l'addio definitivo: alle gare, non alla bici. Una vita in bicicletta il Tano, una bicicletta mai abbandonata sino oltre gli ottanta, quando ancora era capace di partire da casa, spesso prima dello spuntar dell'alba, con quel suo abbigliamento d'altri tempi che tutta Milano riconosceva e pedalare a passo sostenuto fino in riva all'Adda perché non potè mai dimenticare che lui, 'l'Eterno secondo', veniva da Pizzighettone. E da qui, dopo un pranzo 'da corridore' all'osteria e un saluto ai parenti, il ritorno nel pomeriggio a Milano.

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